Chissà da quale profondo mistero arriva la violenza che porta cinque ragazzi a massacrare un uomo di 29 anni solo perché si è rifiutato di dar loro una sigaretta. Certo non arriva dai facili schemi con cui da un paio di giorni si cerca di spiegare l’accaduto: il fascismo, il razzismo, la Verona leghista. Sono tempi in cui la politica cerca di strumentalizzare ogni cosa, e in questo non ci sono innocenti né a sinistra né a destra. Ma davvero dovrebbero esserci dei limiti per rendere improponibili certe dichiarazioni che offendono più l’intelligenza di chi le pronuncia che quella di chi le ascolta. Un ex ministro come Paolo Ferrero ha tirato in ballo perfino la recente campagna elettorale: «I linguaggi bellici e le discriminazioni possono portare voti ma non seminano odio». E purtroppo anche Veltroni, che è un uomo intelligente e solitamente misurato, è caduto nella trappola: «Siamo davanti a un’aggressione di tipo neofascista che non può e non deve essere sottovalutata». Guai a non prestare la dovuta attenzione. Sbaglia il Sindaco Tosi a minimizzare e limitarsi ad invocare la mano pesante della Magistratura. Quei giovani naziskin (liceali modello figli della borghesia, o semianalfabeti figli di manovali) con il mito della violenza fine a se stessa, sono il frutto di una società carica di violenza strutturale. Proviamo a pensare cosa sarebbe accaduto se gli aggressori fossero stati stranieri. Si sarebbe invocata la pena di morte. Sarebbe stato chiamato l'esercito a presidiare il territorio. Sarebbero accorsi Calderoli e Borghezio invocando l'autodifesa padana. E le teste rasate sarebbero immediatamente diventate il baluardo della civiltà, i difensori dei valori cattolici contro gli islamici. Invece si scopre che la violenza cieca viene dal ventre molle della città, dai suoi figli coccolati. Probabilmente sono i figli più fragili di una città malata; vittime psicologiche che diventano carnefici fisici. Solo chi ha avuto la pazienza di entrare nelle righe degli articoli si è accorto che l’aggredito è un italiano; un italiano di Santa Maria di Negrar, provincia di Verona; un italiano che con la politica non c’entra niente, ma proprio niente. Ed i suoi aggressori sono pure italiani dai 17 anni a 24 anni. Chiedere agli italiani se il fatto di Verona è un segnale allarmante di una nuova «ondata di intolleranza». Ma intolleranza verso chi e che cosa? Verso chi non offre sigarette?
Molto opportunamente, invece, bisogna mettere insieme, il fattaccio di Verona con quello di Torino, dove alcuni vigili sono stati aggrediti in pieno centro, piazza Vittorio Veneto, a poche decine di metri dalla casa del sindaco Chiamparino. Se a Verona è stata una sigaretta a scatenare la violenza, a Torino è stata una multa: chi l’ha presa ha sferrato un pugno in faccia a un vigile, è stato arrestato, ma almeno duecento persone sono intervenute in sua difesa lanciando pietre e bottiglie contro gli agenti. Sono due storie diverse: ma in comune c’è un’esplosione di violenza che pare immotivata, comunque non proporzionata alla causa scatenante. Dunque il merito di non cadere nella semplificazione retorica dell’antifascismo, ma si devono evidenziare giustamente in questi episodi il segno di un’inquietudine generale. Anche questi frequenti atti di bullismo scolastico, che poi vanno in youtoub Ma il motivo di questa inquietudine è difficilmente afferrabile. Lo si vuole attribuire alla rottura del patto di fiducia tra istituzioni e cittadini, e c’è senz’altro del vero. Però basta l’antipolitica a spiegare la violenza di Verona? Che è stata cieca e gratuita come quella di Arancia Meccanica? Che è stata violenza per la violenza, male per il male? Basta, o la risposta è nell’uomo, nella sua essenza più intima? Per la prima volta nella storia, in Europa non ci sono guerre fra Stati da oltre sessant’anni; i conflitti sociali permangono, ma sono infinitamente meno gravi che in passato. Eppure l’aggressività riemerge ciclicamente. I primi ventenni senza guerra hanno dato vita al Sessantotto, e poi ai terribili anni Settanta, quasi a dimostrare che non c’è generazione che non abbia desiderio di menare le mani. La violenza rialza sempre la testa, hanno persino cancellato i soldatini e le pistole dai giocattoli dei bambini, i quali oggi smanettano con videogames di inaudita ferocia.
L’origine della violenza è all’interno di ciascuno di noi, nasce come reazione ad aspettative che vanno deluse. La cultura, l’educazione, a volte le convinzioni politiche e religiose ci frenano nella stragrande maggioranza delle situazioni. Ma da qualche parte il mostro riemerge, e a volte s’organizza in bande in cui l’ideologia - così come la fede calcistica per quanto riguarda gli ultrà - è solo un pretesto, una divisa. Non è un caso se spesso queste bande, come quella di Verona, attingono soprattutto ai simboli e alle idee che la storia ha sconfitto: la violenza ha bisogno, per nutrirsi e per alimentarsi, di rancori e di rabbia. Ecco perché nessuno crea una «Brigata Royal Air Force» o «Us Army», ma ci si rasa la testa e ci si mette una croce uncinata da qualche parte prima di ammazzare uno che non ti dà una sigaretta. Non sono fatti isolati. È un fenomeno che esiste da anni. Troppo spesso sottovalutato, a volte addirittura tollerato o giustificato. È a Verona, come a Genova, Catania, Roma, Torino, ecc , che prende corpo la “violenza purificatrice”, prime metastasi di un corpo malato. Poi, negli anni, le violenze dentro e fuori lo stadio, le scorribande del sabato sera, le aggressioni di gruppo, i pestaggi e le bombe, i saluti romani, i manichini impiccati, le bandiere naziste. Ogni volta tutto viene messo a tacere come caso unico, estremisti isolati, frutti marci. Invece, forse, si tratta della manovalanza che fa il lavoro sporco, necessario al mantenimento dello status quo con la faccia pulita. Bisogna imparare a guardarsi, senza nascondere il proprio lato impresentabile. Vivere solo sullo stereotipo della “città dell'amore” non serve più. Occorre ammettere di essere anche in “città violenta”. Violenta nei disvalori, nella ricchezza, nell'ipocrisia. In città dei due pesi e due misure. Solo riconoscendoci per quello che siamo, nel bene e nel male, possiamo ritrovare noi stessi. Bisogna saper essere impietosi anche nella ricerca della verità storica recente. Queste sono città d’analizzare senza paura e senza rancore il proprio passato aiuta spesso a scrivere un futuro migliore. Tocca alle agenzie educative diventare protagoniste. Alle istituzioni, alla scuola, alle chiese, alle famiglie, anche e soprattutto ai mezzi di informazione. Per curare la malattia bisogna creare gli anticorpi. Bisogna valorizzare le tante realtà positive che esistono, dare spazio alle iniziative nonviolente, riscoprire e sostenere la l'accoglienza, la tolleranza, l'ospitalità, la solidarietà, la cultura. Bisogna anche avere l'umiltà di farsi aiutare. I nuovi veronesi, gli immigrati che contribuiscono all'economia della città, possono immettere fiducia, creare confronto, dare una spinta di novità. La nonviolenza attiva (che è stata ignorata, irrisa, sbeffeggiata, ridicolizzata) è lo spartiacque, la pietra angolare su cui ricostruire rapporti civili. La nonviolenza è l'antidoto. La nonviolenza può essere la chiave per ritrovare la nostra l'anima. Bisogna, però, prenderla sul serio. Iniziamo dalla compassione per Abele, la vittima, e dal rispetto del monito “nessuno tocchi Caino”. Per vivere in pace, bisogna saper essere pacificatori.








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